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“Essere nerazzurri è un traguardo, un segno di eccellenza.
Vi chiedo di urlare forza Inter con passione, ma senza rabbia”.
Giacinto Facchetti

 

L’Internazionale nasce nel 1908 e dopo soli due anni spezza lo strapotere della Pro Vercelli, conquistando nel 1910 il primo titolo della sua storia: protagonista è Virgilio Fossati, fondatore, capitano, allenatore e grande stratega in campo.

Morirà eroicamente nella Grande Guerra.
I presidenti si alternano in rapida successione: il primo è Paramithiotti, poi Strauss, De Medici, Hirzel,

Ansbacher, Visconti di Modrone, Hulss.

 

Dopo la pausa per la Grande Guerra, nel 1920 l’Internazionale si aggiudica il secondo titolo, introducendo un calcio spettacolare grazie a fuoriclasse come Aebi, Conti, Agradi e soprattutto Luigi Cevenini, terzo di cinque fratelli tutti in nerazzurro. Presidente è Francesco Mauro (che va in panchina con Nino Resegotti), cui seguiranno Olivetti, Borletti, Torrusio e Simonotti. Nel 1913 l’Inter abbandona l’Arena e inaugura il campo di via Goldoni.

 

La squadra nerazzurra introduce una serie di novità tecniche per il campionato, come la presa del portiere,

“inventata” da Piero Campelli: prima di lui si ricorreva solo a deviazioni e uscite di pugno per evitare le cariche degli attaccanti,

non ancora punite dal regolamento.
A seguito del crollo delle tribune dello stadio Goldoni, intitolato a Fossati, la squadra si trasferisce di nuovo

sul campo dell’Arena dal 1930.

 

Dopo il terzo titolo del decennale con Arpad Weisz in panchina, l’Internazionale attraversa un periodo di crisi economica, fino all’arrivo di Ferdinando Pozzani, detto “generale Po”, primo presidente di lungo corso e personaggio singolare: con lui, la squadra si arricchisce di autentici talenti e conquista i titoli del 1938 con l’allenatore Armando Castellazzi e del 1940 con Tony Cargnelli, oltre alla prima Coppa Italia nel 1939.

 

Il regime fascista impone all’Internazionale di cambiare nome: nasce l’Ambrosiana. Esplode un giovane campione destinato a diventare il più forte giocatore italiano di tutti i tempi: Giuseppe Meazza. La sua classe e i suoi gol fanno volare i nerazzurri. Il “balilla” è anche protagonista di due vittorie della nazionale ai campionati del Mondo 1934 in Italia e 1938 in Francia.

 

Attorno a “Peppin” Meazza, ruotano grandi giocatori come Ceresoli, Pietroboni, Conti, Visentin, Rivolta,Viani, Blasevich, Serantoni, Frione, Demaria, Levratto, Ferrari, Campatelli, Olmi, Locatelli, Candiani e Annibale Frossi, detto Dottor Sottile per la figura snella, la laurea in ingegneria e per gli occhialini da vista che inforca con coraggio e disinvoltura durante le partite.

Diventa punto fermo dell’Inter e della nazionale.

 

Nel Dopoguerra il nuovo presidente Rinaldo Masseroni porta all’Inter giocatori di classe eccelsa come Guaita, Fattori, Giovannini, Armano, Amadei, Achilli, Wilkes, Nyers (cannoniere ‘48-49), ma soprattutto Benito Lorenzi, funambolo adorato dagli interisti e “odiato” dagli avversari. Dal 1947 San Siro diventa anche la casa dei nerazzurri. Con Alfredo Foni in panchina, scudetti nel 1953, con tattica prudente, e nel 1954 con squadra-spettacolo.

 

Ci vogliono sette stagioni e un’infinita passione perché Angelo Moratti costruisca la Grande Inter. Acquisti importanti e la valorizzazione di talenti del vivaio portano alla creazione della squadra più forte di sempre. In tredici stagioni Moratti conquista tre scudetti, due Coppe dei Campioni, due Intercontinentali. E l’ammirazione del mondo intero.

 

E’ Mario Corso ad aprire, nel 1958, il carosello dei miti che faranno grande l’Inter. Nonostante i rapporti a volte tesi con Herrera, Corso diventa una pedina insostituibile ed è uno dei giocatori prediletti dal presidente Moratti. Per le sue micidiali punizioni “a foglia morta” viene ribattezzato “il sinistro di Dio”. Nella stessa stagione esordisce un altro pilastro, il difensore Aristide Guarneri.

 

Il ciclo d’oro della Grande Inter coincide con l’ingaggio di Helenio Herrera, l’allenatore che rivoluziona il calcio, impone ai giocatori un rigore inedito in campo come nella vita e motiva l’ambiente con una carica eccezionale. Risponde alle critiche con risultati irripetibili in Italia e in Europa.

 

Per completare il mosaico stellare, Moratti si assicura altri protagonisti come Picchi, Burgnich, Jair, Sarti, Domenghini ma soprattutto Luis Suarez, regista galiziano Pallone d’Oro nel Barcellona e poi grande alfiere dei trionfi nerazzurri.

 

L’impresa più brillante della storia dell’Inter è la prima vittoria in Coppa dei Campioni nella finale contro il Real Madrid del 1964. Protagonista di quella, e di centinaia di altre sfide, è Sandro Mazzola. Il leggendario Puskas gli offre la sua maglia dicendogli: “Adesso sei degno di tuo padre Valentino”.

 

L’Internazionale è la squadra più ammirata del pianeta e la sua immagine diventa un esempio grazie a giocatori come
Giacinto Facchetti, atleta formidabile e uomo di profonda correttezza. Implacabile difensore, goleador prolifico e vero signore
nei rapporti umani: diventerà presidente della società il 30 gennaio 2004.

 

Sotto la presidenza di Ivanoe Fraizzoli l’Inter si affida alla vecchia guardia arricchendosi di innesti importanti come Lido Vieri, Bertini, Giubertoni e soprattutto Bellugi e Roberto Boninsegna che nella stagione 1970-71, con Gianni Invernizzi in panchina, vince la classifica cannonieri con 24 splendidi gol regalando l’undicesimo titolo al popolo nerazzurro.

 

L’Inter non è solo grandi stelle, ma anche protagonisti nell’ombra come Fedele, Massa, Moro, Muraro, Canuti, Baresi, Scanziani, Pasinato, Marini, Bagni, Prohaska, Mandorlini, Bini e soprattutto lui, il mediano per eccellenza, cantato perfino da Ligabue: Gabriele Oriali, giocatore di sacrificio e di talento insieme, sia nell’Inter che nella nazionale. Con lui la squadra colleziona due scudetti (1971 e 1980) e la seconda Coppa Italia nel 1978.

 

Da tempo San Siro, diventato dal 1979 il “Meazza”, non si divertiva più così tanto. Quei due fanno spellare le mani degli interisti a furia di applausi e formano una coppia indissolubile: sono Alessandro Altobelli ed Evaristo Beccalossi, il cecchino e l’artista. Con Eugenio Bersellini sulla panchina, trascinano l’Inter al dodicesimo scudetto nel 1980 e nel 1982 conquistano la terza Coppa Italia.

 

Dopo lo scudetto di Bersellini, l’Inter affida la difesa a un giovane del vivaio che diventerà il nerazzurro più presente di sempre: Giuseppe Bergomi, ancora minorenne, stupisce per la serietà e per l’aspetto severo che gli assicurano il soprannome di “zio”. Vincerà a 18 anni il Mondiale del 1982 e nell’Inter uno scudetto, tre Coppe Uefa, 1 Coppa Italia e una Supercoppa.

 

A garantire un’immagine sempre positiva dell’Inter ci pensa un avvocato brillante e pungente, alpino tutto d’un pezzo e interista nell’anima. Peppino Prisco attraversa più di mezzo secolo di storia nerazzurra sempre in prima fila. Dirigente dal 1950, dal 1963 è vicepresidente e “vince” più di tutti: 8 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Intercontinentali, 3 Uefa, 2 Coppe Italia e 1 Supercoppa.

 

Con la presidenza di Ernesto Pellegrini arrivano maturi talenti come Passarella, Brady, Causio, Schillaci, Tardelli e Karl Heinz Rummenigge: due Palloni d’Oro, due scudetti e due Coppe dei Campioni col Bayern e un titolo europeo con la Germania. L’età e gli infortuni non impediscono a Kalle di deliziare la platea nerazzurra con una serie di prodezze e con 24 reti spettacolari.

 

Nel 1983 Walter Zenga diventa il “numero uno”, raccogliendo la pesante eredità di portieri storici come Campelli, Zamberletti, Degani, Ceresoli, Perucchetti, Franzosi, Ghezzi, Buffon, Sarti, Vieri e Bordon. Per tre stagioni consecutive viene eletto miglior portiere del mondo ed è protagonista anche con la nazionale. Dopo 10 anni Zenga lascia il testimone a Pagliuca, poi a Toldo e Julio Cesar.

 

Alla terza stagione, come per Herrera, Giovanni Trapattoni riporta in alto l’Inter conquistando lo scudetto dei record, quello del 1988-1989. La squadra è un rullo compressore grazie a un equilibrio perfetto in campo tra fuoriclasse e gregari preziosi. In attacco Aldo Serena è una macchina da gol (ne fa 22 ed è capocannoniere), spalleggiato a meraviglia da Ramon Diaz.

 

Il vero colpaccio di Pellegrini è l’acquisto di due tedeschi che si inseriscono perfettamente nel meccanismo del Trap: sono il difensore d’assalto Andy Brehme e il regista Lothar Matthäus che realizza anche il gol contro il Napoli di Maradona decisivo per lo scudetto del 1989. I due tedeschi saranno protagonisti ai Mondiali ’90 vinti a Roma dalla Germania.

Con loro anche Klinsmann, in nerazzurro dal 1989 al 1992.

 

Se Prisco è la bandiera nerazzurra e anti-rossonero a oltranza fuori dal campo, Nicola Berti diventa il suo alter ego sul terreno di gioco, dove si batte con coraggio e fantasia. Storico il suo gol a Monaco contro il Bayern dopo una galoppata infinita, indimenticabili i suoi derby giocati alla morte contro il Milan. Nel palmares di Berti scudetto e Supercoppa 1989, Coppa Uefa 1991 con Trapattoni e un’altra Coppa Uefa nel 1994 con Marini.

 

Il popolo nerazzurro acclama l’arrivo di Massimo Moratti, figlio del presidente della Grande Inter. Generoso e appassionato, sceglie personalmente un argentino giovane e grintoso, destinato a diventare capitano e punto fermo per il futuro. E’ Javier Zanetti. Arrivano anche alcuni assi del calcio mondiale come Roberto Carlos, Ince, Djorkaeff, Pirlo, Zamorano, Simeone,

Blanc, Seedorf e il più grande di tutti, Ronaldo.

 

Moratti lo paga una fortuna ma lui, Ronaldo, appena entra in campo dimostra di valere tale sacrificio. Nella prima stagione 1997-1998 il brasiliano incanta San Siro con le sue magie e con 25 reti diventa il più grande goleador esordiente in serie A, conquistando subito Pallone d’Oro e Coppa Uefa 1998 con Gigi Simoni. Per il Fenomeno seguiranno infortuni pesantissimi e poi la fuga a Madrid.

 

Arriva in nerazzurro a 27 anni e si impone come uno dei più forti incontristi della storia interista. E’ Diego Pablo Simeone, l’argentino intorno a cui Gigi Simoni costruisce la squadra. Abbandonata a malincuore l’Inter, Simeone diventa avversario nella Lazio. In cambio l’Inter prende Christian Vieri: in 6 stagioni Bobo mette a segno 103 gol in 143 partite adattandosi a ogni partner d’attacco: Recoba, Baggio, Ronaldo, Martins, Adriano.

 

Tra le perle di Moratti, c’è l’ingaggio di un fuoriclasse amato in tutto il mondo, a prescindere dal colore della maglia che indossa. Roberto Baggio arriva all’Inter a 31 anni e si ferma solo per due stagioni. Nonostante il suo talento luminoso e l’amore del presidente e dei tifosi, Codino è costretto spesso alla panchina. Quando è in campo però lascia il segno, con spettacolo e gol decisivi.

 

Entra nella storia per la finale mondiale contro la Francia del 2006: il gol del pareggio e la testata rifilata da Zidane oltre al rigore realizzato con freddezza nell’ultimo atto. Ma Marco Materazzi è anche uno degli interisti più amati, per il suo coraggio senza compromessi, che lo porta a essere protagonista a volte sopra le righe ma sempre con straordinaria passione. Un leader che ha contribuito agli ultimi tre titoli nazionali.

 

Nel 2004 Massimo Moratti affida la panchina al giovane e ambizioso Roberto Mancini. In 4 stagioni infila 2 Coppe Italia, 2 Supercoppe e soprattutto 3 scudetti consecutivi; nel 2007-2008 lancia con coraggio e successo il diciassettenne Balotelli,

nuova promessa nerazzurra.

 

L’Inter si assicura il più forte e spettacolare dei fuoriclasse, Zlatan Ibrahimovic, lo svedese che rappresenta la cerniera fra passato e futuro: forza fisica e tecnica allo stato puro. Suoi i gol decisivi dello scudetto 2008. Con lui l’Inter vuole continuare

a dominare in Italia e riconquistare l’Europa.